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Il primo nucleo dei Pink Floyd si costituisce a Londra nel 1965, epoca d’oro per il c.d movimento psichedelico (l’equivalente inglese del celebre “flower power” che imperversa contemporaneamente sulla costa occidentale degli Stati Uniti).
A farvi parte sono tre studenti di Architettura al Politecnico di Londra - Nick Mason, Roger Waters e Richard Wright - ai quali si aggiungono in tempi brevi Bob Close e Syd Barrett, giovane geniale, dalle intuizioni imprevedibili e dalla notevole personalità.
E’ lo stesso Barrett a coniare il monicker “Pink Floyd”, derivandolo dalla combinazione dei nomi di due bluesman della Georgia di cui Syd possiede un disco: Pink Anderson e Floyd Council.
La produzione del neonato gruppo si concentra per i primi tempi su vecchi blues tradizionali e su cover dei Rolling Stones e nello stesso 1965 la band tiene il suo primo concerto.
Dopo un paio d’anni di gavetta, in cui il gruppo si fa conoscere e apprezzare sempre più da pubblico e critica, arriva la prima apparizione televisiva sulla BBC, alla quale segue la pubblicazione del primo storico full-lenght, “The Piper at the Gates of Down”, frutto quasi esclusivo delle fatiche di Syd Barrett e contenente dure brani di assoluto rilievo e significato: “Astronomy Domine” e “Interstellar Overdrive”.
E’ in questo stesso frangente, peraltro, che iniziano a sorgere in seno alla band i primi problemi legati alla situazione di salute psico-fisica di Barrett, il quale, facendo uso smodato di LSD soprattutto prima di entrare in scena in occasione delle esibizioni dal vivo del gruppo, compromette l’esecuzione tecnica dei brani creando disagio agli altri membri.
In considerazione di questa situazione Waters, Wright e Mason si vedono costretti a trovare un chitarrista che affianchi in sede live Barrett ed eventualmente sia pronto addirittura a sostituirlo nei momenti peggiori; è così che fa il suo ingresso nel gruppo David Gilmour, chitarrista probabilmente meno dotato di Barrett dal punto di vista del songwriting ma in possesso di una versatilità e di una tecnica chitarristica nettamente superiore.
Nel 1968 viene pubblicato il secondo album dei Pink Floyd, “A Saucerful of Secrets”, opera che può considerarsi di transizione e che vede la luce sotto l’egida di Wright e soprattutto di Waters, che di fatto dopo l’uscita di Barrett dal gruppo ne diviene il principale compositore soprattutto per quanto concerne i testi delle song.
“ASoS” può essere in effetti considerato come il necrologio di un periodo; con esso si chiude virtualmente la “fase psichedelica” e la musica si evolve verso una nuova maturità.
Già nel 1969 la band torna sul mercato con “More”, lp che fa da colonna sonora al film omonimo di Barbet Schroeder e che segna un’inversione di tendenza rispetto alla precedente via elettronica essendo ricco di brani acustici, molto intimistici e ricchi di suggestioni.
Nello stesso anno viene pubblicato un ulteriore lavoro a titolo “Ummagumma”, che si propone come assoluta novità già a partire dalla sua articolazione: l’album infatti si compone di due dischi, il primo interamente registrato dal vivo ed il secondo contenente invece composizioni inedite e registrate in studio, scritte da ciascun membro della band secondo il principio per cui ciascuno si trova ad avere a disposizione mezza “facciata” dell’ellepi per esprimere la sua particolare e personale prospettiva del “suono Pink Floyd”.
Nell’ottobre del 1970 esce “Atom Heart Mother”, album sicuramente ambizioso e dotato di tratti decisamente sperimentali in quanto la band qui si cimenta nell’esecuzione di una lunga suite accompagnata da un’orchestra di 30 elementi.
Il lavoro è accolto trionfalmente dalla critica e da una consistente fetta dei fan della band, mentre quelli più tradizionalisti si sentono delusi da quest’ulteriore evoluzione nel suono del gruppo.
Tra il 1971 e il 1972 i Pink Floyd danno alle stampe due lavori.
Il primo è “Meddle”, album caratterizzato soprattutto dalla presenza delle stupende suite “Echoes” (la quale occupa l’intero lato) e “One of These Days”; il secondo è “Obscoured by Clouds”, disco protagonista di un destino singolare perché nonostante appaia come una delle realizzazioni meno ispirata del gruppo dal punto di vista artistico è quello che permette ai Floyd di sfondare definitivamente sul mercato americano, dove ottiene un consistente successo commerciale.
Ma è il 1973 l’anno “chiave” per la storia della band inglese; nel marzo di quest’anno esce infatti quello che molti considerano il capolavoro assoluto del gruppo e a tutt’oggi è l’album più venduto della storia del rock: “The Dark Side of the Moon”… un disco che semplicemente non ha bisogno di presentazioni e che può essere considerato come “un’opera di musica classica della musica moderna”, un lavoro perfetto dal punto di vista tecnico e formale (ingegnere del suono è un certo Alan Parsons) e ricco di song che fanno parte di diritto della storia del rock e forse della musica in assoluto, come “Time” e “Money”.
L’uscita di “TDSotM” è seguita da un lungo e trionfale tour, al termine del quale la band decide di prendersi un periodo di meritato riposo, in modo da staccare la spina e ritrovare successivamente l’ispirazione giusta per il lavoro seguente, il quale esce nel 1975 ed ha il titolo di “Wish You Were Here”.
Quest’album, seppur certo non all’altezza dal punto di vista qualitativo del suo ingombrante predecessore, vende in pochissimo tempo un numero impressionante di copie, scalando le classifiche musicali dei paesi di mezzo mondo.
Il “feticcio” attorno al quale ruotano i testi delle canzoni è la “machine”, la “macchina tritatutto”, nuovo simbolo scelto da Waters per rappresentare la sua personale idea dell’alienazione dell’uomo rispetto al mondo circostante e delle follie sempre più evidenti della nuova società tecnologica dopo il “lato oscuro della luna”; le canzoni di certo più rappresentative sono la title-track, dedicata all’ex-membro Syd Barrett e l’onirica suite “Shine On You Crazy Diamond”, ancora oggi scelta dal gruppo come brano d’apertura dei concerti.
Nel 1977 i Floyd danno alle stampe un lavoro non particolarmente ispirato ma che comunque risulta ancora un volta osannato dalla critica internazionale come i precedenti; l’album in questione è “Animals”, molto lineare nelle forme musicali ma allo stesso tempo privo di picchi realmente degni di nota.
Il 1978 è caratterizzato da un estenuante tour mondiale che fa da prologo all’uscita di un altro album fondamentale per l’intera musica moderna: “The Wall”.
“The Wall”, il muro… un altro di quei dischi che non ha certo bisogno di esser presentato! Dal punto di vista strutturale “The Wall” tende a rifarsi a “The Dark Side of the Moon” più che ai suoi diretti predecessori, in quanto propone una serie di brani relativamente semplici e di arrangiamenti non particolarmente elaborati.
L’album è in sintesi un’allegoria della società, sviluppata attorno all’ipotetica costruzione di un muro oppressivo e invalicabile che circonda l’individuo, proponendosi comunque come un’opera quasi autobiografica per Waters.
Alla pubblicazione del disco segue il consueto tour mondiale (il relativo e monumentale doppio live è però uscito solo nel 2000), la particolarità del quale è rappresentata dal fatto che per una buona parte dei concerti la band suona nascosta da un enorme muro di cartone, che finisce poi per crollare rivelando così i musicisti al pubblico.
E’ del 1982 invece l’uscita dell’omonimo e celebre film, diretto da Alan Parker e interpretato da Bob Geldof.
Il 1983 è l’anno del “taglio finale”; viene infatti dato alle stampe “The Final Cut”, lavoro che di fatto si propone quasi come un solista di Waters al quale partecipano gli altri membri del gruppo, talmente forte è la preponderanza del bassista e cantante sui compagni.
Formalmente e stilisticamente perfetto, il full-lenght si dimostra però piuttosto ripetitivo nella struttura e nelle song che lo compongono e di fatto sancisce la crisi irreversibile in cui la band era piombata dopo il tour di “the Wall” e la conseguente fine dell’epoca Waters nei Pink Floyd, tanto è vero che alla presentazione alla stampa del lavoro non partecipa nessun componente del gruppo.
Quando ormai l’intero mondo musicale si mostra rassegnato alla fine della storia di una delle più straordinarie band di tutti i tempi, nel novembre del 1987 esce “A Momentary Lapse of Reason”, nel quale suonano i tre attuali membri (Gilmour, che divine anche la voce solista e che assume il ruolo di principale songwriter, Wright e Mason) più Tony Levin al basso.
Sicuramente la mancanza di Waters si fa sentire, ma il lavoro viene comunque ben accolto dalla stampa specializzata e soprattutto dagli ammiratori dei Floyd sparsi su tutto il globo.
Per godere di un nuovo lavoro inedito a nome Pink Floyd si deve poi attendere il 1994, anno in cui “The Division Bell” si aggiunge come ulteriore tassello ad una carriera musicale che ha pochi eguali nell’intero mondo della musica moderna, seguito a ruota dal doppio e sontuoso live “Pulse”.
Il resto, come si suol dire anche in occasioni che meno di questa lo meritano, è storia…
FONTE

http://www.rocklab.it/band.php?id=55

 

 


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